Intervista a pgcd

pgcd, al secolo Paolo Dente, è un mio carissimo amico da molti anni. Non è questo il motivo per cui ho deciso di intervistarlo, come potrete ben immaginare. pgcd, come me (molto meglio e molto più di me) è un musicista, un compositore e un cantante. Ha militato in decine di band e formazioni, molte delle quali fondate proprio da lui, e ha composto musica in quasi ogni stile e genere (gli manca un disco country e poi ha fatto filotto). La sua ecletticità e la sua capacità di esprimere con i suoni, ancora prima che con i testi e il cantato, emozioni, sensazioni, critiche, sogni, depressioni e citazioni che spaziano dai classici alla cultura pop, lo hanno sempre posto in una categoria particolare che, devo dire, annovera pochissimi nomi: quella delle persone che invidio sinceramente e positivamente. Ho deciso, dunque, di intervistarlo per dare voce, nel mio piccolo e per quanto mi è possibile, a un autore che ha al suo attivo una dozzina di album più innumerevoli collaborazioni ed esperimenti musicali. In questa intervista ci concentreremo particolarmente sui suoi ultimi quattro album autoprodotti come “solista” e realizzati da quando si è trasferito a Berlino. In fondo all’articolo troverete tutti i link per andare ad ascoltarli e a scaricarli. Molti sono gratuiti e l’offerta è libera. Se davvero ci tenete ad avere un panorama musicale un po’ migliore, più ampio e diversificato, metteteci qualche euro: sono assolutamente certo che non ve ne pentirete.

11041762_448022145349533_7698147987016199804_nDIECI DOMANDE A PGCD

1) Ciao, grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo. La prima domanda è la più ovvia: perché questo nome d’arte?
Seriamente? Perché sono le mie iniziali, niente di più interessante. Ovviamente, ci sono anche altre ragioni e altri significati ma, in principio, la ragione è stata quella.

2) Hai fondato diverse formazioni e militato in molti gruppi, raccontaci un po’ della tua storia musicale.
Ho iniziato cercando di suonare (senza successo) il pianoforte quando avevo gli anni a una sola cifra; crescendo ho provato con altri strumenti – un metallofono, un organo Bontempi, una melodica – ma le uniche cose che mi venivano da fare erano loop da quattro note ripetuti ad libitum. Non so se avessi già sentito involontariamente qualcosa di Philip Glass ma evidentemente la mia strada era tracciata.
Anche perché, dopo le tastiere, la mia passione sono stati i fustini del Dixan, su cui incollavo chilometri di nastro telato, e percuotevo ininterrottamente (a volte accompagnati da un frisbee). Non ero molto popolare, in casa. A 14 anni, ho iniziato a usare una vera batteria (in sala prove, con un gruppo heavy metal durato una manciata di settimane), scoprendo che era assolutamente troppo faticoso per i miei gusti, e passando quindi al basso, con cui mi sono cimentato per anni – in gruppi rigorosamente post-punk/new wave, l’unico genere in cui la mia mancanza di capacità tecnica non era un ostacolo insormontabile quanto un vantaggio.
E poi, i sequencer sono diventati abbordabili, è arrivata la techno, e sono tornato al mio primo amore.

3) Possiamo dire che tu abbia cominciato con i CSR con una forte impronta hard-rock/grunge. Come si è evoluto poi il tuo gusto e la tua espressione artistica? Quali altri generi ritieni importanti per la tua formazione e la tua ispirazione?
Direi che dissento da quella definizione dei CSR (il primo pezzo pubblicato, in una compilation svedese, era techno bella e buona), però non ho una definizione migliore pronta, quindi passiamo oltre. In realtà, credo comunque che il mio gusto e la musica che ho cercato di fare sia quasi sempre rimasta all’interno di un continuo che va dalle colonne sonore alla techno, passando per metal, post-punk e suddivisioni varie. Insomma, se ci sono accordi minori (o scale insolite) e limitati virtuosismi, è probabile che mi piaccia.

1497461_403646853120396_2918211903548675973_n4) Fin dai primi lavori con i CSR però tu hai sempre avuto una chiara predilezione per la musica elettronica. Qual è il tuo rapporto con il PC come strumento musicale e come si differenzia dal tuo rapporto con la chitarra o altri strumenti acustici o elettrici?
La mia passione per l’elettronica (nella musica) nasce da molto prima – il primo disco che ho comprato è stato il 45 di Radioactivity dei Kraftwerk (immediatamente sottrattomi da un perfido compagno di scuola), a cui sono seguiti, ad anni di distanza, Enola Gay e Video Killed the Radio Stars. Il primo album che ho comprato è stato Construction Time Again dei Depeche Mode, seguito da una cassetta con i Concerti Brandeburghesi e altre hit di Bach. Sentivo anche la musica dei miei fratelli maggiori – Battiato, i Police, Eugenio Finardi e via dicendo – ma l’elettronica era il mio mondo. D’altra parte, quando mio padre mi metteva a letto, mi leggeva gli Urania, e la connessione tra musica elettronica e fantascienza è ovvia.Per quanto riguarda il PC e i sequencer in generale, non sono un feticista – alcune delle cose più interessanti che ho suonato, sono state fatte senza uso di sequencer o altro. Però, le possibilità espressive date dal PC, soprattutto per qualcuno che non è particolarmente bravo a suonare ma vuole farlo lo stesso, sono impareggiabili. Nonostante la vulgata, qualunque cosa possa essere suonata da un umano può essere riprodotta da un computer – eventualmente basta imbrogliare e usare un campionatore – mentre il contrario non è assolutamente detto. Ovviamente, questo non significa “buttiamo via tutti gli strumenti e usiamo solo synth e sampler”, ma trovo un po’ snob ignorarne il valore espressivo.

5) Parlaci dei Teeklook! Da cosa deriva il nome e come si discostava questo esperimento dal canone dei CSR?
I Teeklok (il nome deriva da “Capitano Solo, TEEKLOK GRAFITE!” – chi non conosce la citazione non è interessato alla spiegazione) erano la costola più danzereccia dei CSR, almeno nelle aspettative. Ci siamo cimentati in breakbeats, in quasi-rap, in house e cose del genere per un po’ di pezzi, ed è stato piuttosto divertente. Purtroppo, non è durato abbastanza per portare a risultati duraturi.

6) Come sei arrivato a pensare a un collettivo musicale? Come è nato e si è sviluppato il progetto dei N|U, e cosa significa il nome?
Personalmente, ho sempre adorato l’idea di gruppi a geometria variabile – negli Elegia, con cui suonavo ai tempi del liceo, ci alternavamo a basso, chitarra, voce e tastiere (senza particolare ragione per farlo, aggiungo; era solo divertente). A un certo punto, ho scoperto la “scena” che ruotava attorno ai gruppi EBM/industriali della prima ora, in cui il cantante dei KMFDM andava a fare i concerti con i Ministry, e poi arrivava il batterista dei Killing Joke e poi finiva tutto in caciara e nei Pigface. Quando i CSR stavano tirando gli ultimi rantoli, e io stavo iniziando a vagheggiare di fare qualcosa che non avesse assolutamente nulla a che fare con il rock, ho iniziato anche a scoprire tutta la scena “neofolk” – che, secondo una ingenerosa ma non irrealistica definizione, è “un branco di 10 pensionati che fanno i gruppi a tre a tre mentre gli altri sette gli comprano i dischi”. La cosa mi è piaciuta e, avendo la fortuna di conoscere persone di talento e/o buona volontà, ne ho approfittato costringendo tutti a registrare pezzi per i n|u, e poi costringendoli anche a suonare dal vivo. E’ stato bello anche questo, anche se molto più breve di quanto avrei voluto.

deicide17) Dopo l’ultima esperienza “italiana” con i N|U quindi hai deciso di proseguire come solista. Hai già all’attivo quattro album e un singolo. Ci puoi parlare di questi album? Cominciamo con Deicide che è un album diviso in due parti. Ci parli dei temi che hai voluto toccare con questo tuo primo lavoro?
Deicide/1 è, sotto un certo punto di vista, proprio il proseguimento di quello a cui avrei puntato con il terzo album dei n|u – un po’ di musica generativa, un po’ di droni, filastrocche ispirate a una mitologia non esistente e così via. Deicide/2, invece, è il frutto di quello che avevo tolto nella prima parte, quindi ci sono melodie auspicabilmente gradevoli, ritmi perlopiù lineari, testi più o meno comprensibili. C’è anche tutta la rabbia che stavo provando all’epoca – è il mio primo lavoro totalmente e interamente politico (c’è persino il famoso ultimo discorso di Allende). Non so quanto possa risuonare con altri, però quello è il tema.

cover8) “Never Came for Me” ha una storia curiosa: è stato pubblicato tempo fa ma poi hai deciso di toglierlo dagli store online e di ripubblicarlo in seguito. Puoi spiegarci come mai? E di cosa parla? Come si differenzia dai primi due dischi?
La ragione per cui l’ho ripubblicato è squisitamente tecnica: non ero più soddisfatto da come suonava, in particolare su impianti come quelli delle automobili. Quindi mi sono messo di buzzo buono, ho rimixato e rimasterato (nel senso più generoso del termine) e ho ripubblicato, chiedendo scusa.
Musicalmente, ho cercato di pormi meno limiti riguardo alla struttura dei pezzi e alla loro ascoltabilità – non sono ancora arrivato a poter usare il giro blues ma non escludo che possa succedere! Per quanto riguarda i testi, direi che non sono così allineati come quelli di Deicide/2 – “Valse” e “What we used to say” alludono alle mie solite immagini apocalittiche. “HKF” si riferisce all’impossibilità di riconoscere la depressione in altri se non la si è sperimentata. Le altre sono, invece, semplici lagne autobiografiche. A volte, tentare di ricominciare in un paese straniero a 45 anni non è semplicissimo, diciamo.

primer9) Infine arriviamo a quello che è probabilmente il tuo lavoro più ambizioso, oltre che recente: “A Primer Describing Exotic Feats, of Interest to the Student of the Work”. Un titolo degno della Wertmuller! Cosa ci puoi dire al riguardo?
Immagino che il tema sia evidente anche dalla copertina: parla di magia (con la K). Anni fa, ho avuto in eredità una sezione molto interessante di libreria, in cui i titoli più abbordabili sono quelli di Gurdjeff – ci sono anche cose meno popolari. Tra quello e altro, ho deciso di fare la mia parte anche io e raccontare un po’ di storie. Musicalmente, ho cercato di proseguire nel percorso di rimozione dei miei filtri e canoni; ho lasciato pezzi industrial vecchio stile a fianco di synthpop anni ’80 e vagheggiamenti psichedelici. Insomma, ho lasciato un po’ più libero il mio Es.

10) Un’ultima domanda, inevitabile. Progetti per il futuro? Che dischi hai in cantiere? Idee che vorresti sviluppare?
Sono sinceramente indeciso. Mi piacerebbe pubblicare il materiale dei n|u raccolto per il secondo disco e mai completato. Ma mi piacerebbe anche pubblicare la raccolta di cover e remix a cui sto lavorando a tempo perso da qualche anno. Ci sono collaborazioni possibili. Ci sono le registrazioni cui ho costretto chi è venuto a trovarmi a Berlino. C’è grande confusione =)

La situazione, quindi, è eccellente!
Ecco i link dei dischi. Andate, ascoltate, scaricate e soprattutto fate un’offerta. Buon ascolto e buon divertimento.

Nota a margine: ho collaborato a un brano di Deicide/2 che potete ascoltare a questo link.

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