La macchia di caffè

La macchia di caffè

A proposito di racconti delle nonne e di leggende terrificanti, a seguito del racconto postato da mio padre su Facebook, ho deciso di pubblicare un esempio di ciò che la buonanima di mia nonna Jolanda raccontava quando, d’estate, andavamo in vacanza “al paese”.

Ma facciamo un passo indietro, così che possa spiegarvi meglio dove e come ho ascoltato queste storie…

I miei nonni materni erano originari del Veneto (se ricordo bene, la nonna era di Agna, in provincia di Padova, il nonno di Castagnaro, in provincia di Verona). Quando erano ancora bambini le loro famiglie si erano trasferite in Lomellina per cercare lavoro. Erano cresciuti a Gambarana, un paesino di poche anime a circa un chilometro dalle acque del Po, e si erano portati con loro i racconti del folklore delle campagne della loro terra d’origine.
Si erano poi trasferiti nuovamente prima a Mede e poi a Milano, dove io sono cresciuto. Tuttavia, un po’ per nostalgia e un po’ per mantenere i contatti con i parenti e gli amici, hanno sempre preso in affitto una casa in Lomellina per passarci le vacanze. Per questo, ho passato gran parte delle mie estati da bambino e da adolescente tra Torre Beretti, Pieve del Cairo, Sartirana, Mede Lomellina, Frascarolo… Anche se le case che abbiamo avuto sono sempre state a Gambarana o nel vicino Suardi (detto dai locali “El Bùrg”, ricordando l’antico nome del paese: “Borgo Suardi”), le cui vie più periferiche arrivano a meno di cento metri dagli argini del grande fiume.

Durante le lunghe serate estive a Suardi, quando non c’erano eventi particolari come la sagra di San Rocco di Gambarana, con giostre, bar aperti fino a tardi e fuochi artificiali, si andava all’immancabile Bar Sport nella piazza del paese (una piazza che, curiosamente, non viene segnalata in Google Maps ma che, se siete curiosi, potete notare al termine settentrionale di Via Maestra, tra Via del Forno e Via Roma). In quella piazza c’era tutto: la Chiesa, il bar, un monumento ai caduti, l’oratorio e, non molto distante, su via Marconi, il comune, la Pro-Loco e un giardino per i ragazzi.
Al bar ho visto i primi videogiochi “coin-op”, con gli amici si mettevano su canzoni infilando monete nel juke-box, si beveva la spuma e si mangiavano gelati e ghiaccioli. Anni dopo, avevo ancora l’abitudine di fare interminabili partite a “Green Berets” mentre ascoltavo “Easy Lady” di Spagna o “Run to Me” di Tracy Spencer. Sì, erano arrivati gli anni ottanta…
Ma prima, quando ero ancora più piccolo, al bar non ci andavo con gli amichetti del paese, bensì con la mamma, la nonna, il nonno, la zia… E tornavo, ovviamente, anche a casa con loro. Ma, rientrati, raramente si andava subito a dormire: le mie abitudini notturne hanno, come vedrete, radici profonde. Spesso si rimaneva svegli, generalmente in cucina, e presto qualcuno metteva su un caffè, un té o una camomilla, qualcun altro preparava panini alla Nutella o biscotti e la nonna, istigata da tutti a raccontare storie che ben si accordassero con le ore più buie della notte, sciorinava leggende degne dei migliori film horror. Questa che vi sto per riportare era una delle sue preferite.

Tanto tempo fa, quando la nonna era ragazzina, i giovani avevano l’abitudine, per cercare partner o addirittura possibili compagni per la vita, di andare nei posti che venivano comunemente chiamati “balere”. Il venerdì o il sabato sera arrivava la band di liscio che, tra una polka e un valzer, tra un assolo di fisarmonica e un “Romagna Mia” (curiosamente popolare per paesi che si trovavano al confine tra Lombardia e Piemonte) faceva ballare tutti i ragazzi del circondario i quali, spesso, arrivavano in macchina dai paesi vicini e avevano così occasione di conoscere persone nuove e non appartenenti al proprio piccolo cerchio di conoscenze quotidiane.

Ebbene, in uno di questi paesi, abitava un ragazzo che per l’appunto in balera aveva conosciuto una giovane di bell’aspetto. I due si erano innamorati grazie al proverbiale colpo di fulmine e dopo qualche mese di frequentazione il ragazzo aveva chiesto alla sua fidanzata di diventare sua moglie. Lei aveva subito accettato, felicissima, e i due, insieme alle rispettive famiglie, avevano cominciato a preparare tutto per la cerimonia. Tuttavia, una volta arrivati al fatidico giorno, il ragazzo aveva avuto dei ripensamenti e, forse, colto dal panico di fronte alla prospettiva di sposarsi così giovane, aveva letteralmente abbandonato la sua promessa all’altare e non si era mai presentato in Chiesa. Lei si sentì talmente delusa e addolorata da questo orribile comportamento da ammalarsi e, nel giro di poco tempo, di morire di un male che mia nonna definiva semplicemente “crepacuore”.

Durante l’anno successivo, il ragazzo si rinchiuse in casa, schiacciato dai sensi di colpa. Gli amici tentarono a più riprese di farlo uscire e di farlo tornare a sorridere ma con ben scarso successo. Finalmente, proprio con l’approssimarsi dell’anniversario del matrimonio mai celebrato, i suoi compagni riuscirono a convincerlo ad andare a passare una serata in balera (per la verità, la stessa dove aveva conosciuto la sua defunta fidanzata), forse preoccupati che la ricorrenza potesse avere un effetto particolarmente nefasto sul giovane. Mia nonna giurava di essere stata presente alla sera fatidica che vi sto raccontando.
Così la combriccola si recò alla sala da ballo a serata inoltrata, tra le note di una mazurka e un ballo lento. Mentre i giovani stavano bevendo un bicchiere di vino nei loro vestiti migliori, addocchiando le ragazze che entravano e facendo commenti sulle più attraenti, ecco che il ragazzo vide entrare una donna che sembrava essere il sosia della sua ex. Aveva lunghi capelli lisci, un viso bellissimo e pallido ed era abbigliata con un lungo vestito bianco e un “boa” di piume nere.
Scosso dall’incredibile somiglianza di questa misteriosa fanciulla, fece notare la cosa ai suoi amici che lo spinsero ad andare a presentarsi. Lui accettò, in parte per la grande curiosità che nutriva nei confronti di quella visione e in parte per le pressioni dei compagni di avventura.

Si avvicinò quindi alla ragazza e si presentò. Lei rispose semplicemente con «Piacere», senza però dire il suo nome. Lui, come era usanza cortese, le chiese di concedergli un ballo e lei accettò immediatamente. Il ragazzo la prese per mano per condurla al centro della pista e notò che la sua pelle era particolarmente fredda e liscia. Lo fece notare, forse con una piccola mancanza di delicatezza, ma lei scrollò le spalle e disse semplicemente: «Io sono sempre così…»
I due, quindi, si misero a ballare, osservati dagli amici di lui sempre più stupefatti dello strano evento. Sembrava proprio un déja-vu di quanto accaduto poco più di un anno prima. Durante le danze lui provò a chiedere ulteriori informazioni alla ragazza: da dove veniva? Era venuta con qualcuno? Era impegnata? Ma lei rispondeva sempre in modo evasivo. Il tempo sembrò volare… Lui si sentiva quasi come se avesse avuto una seconda chance, ma lei sembrava distante e distratta. Dopo qualche ballo lui le chiese se voleva qualcosa da bere al bar del locale e lei accettò. Ordinarono due caffè e mentre lei stava girando lo zucchero nella tazzina con il cucchiaino, in un momento di pausa della banda musicale, si sentirono lontani i dodici rintocchi del campanile della chiesa che indicavano lo scoccare della mezzanotte. La ragazza ebbe un sussulto, come spaventata da quel suono, e si versò parte del caffè sul lungo vestito bianco.

Lui si affrettò ad aiutarla, porgendole un tovagliolo per ripulirsi e rimettendo la tazzina sul bancone del bar. Lei cominciò a tremare visibilmente. Il ragazzo, pensando che avesse freddo, si sfilò la giacca e la pose sulle sue spalle. «È tardi, » disse lei «devo assolutamente tornare…»
Lui sorrise. Con chi aveva ballato? Cenerentola? Ma la battuta passò nella sua mente solo per un istante e si limitò a dire: «Signorina, non si preoccupi, l’accompagno io. Ho l’auto qui fuori.»

I due uscirono dalla balera seguiti dagli sguardi incuriositi degli amici di lui che cominciarono a ridere e darsi di gomito, interpretando in modo errato quanto stava accadendo. Lui le aprì cavallerescamente la portiera poi entrò in auto e mise in moto.
«Dove abita?»
«Le faccio vedere la strada…», rispose lei.
Il ragazzo fece spallucce e seguì le indicazioni che lei gli dava di volta in volta. Fecero un largo giro in mezzo ai campi, dietro alcune cascine abbandonate, per poi finire su una stradina sterrata.
«Ecco, sono arrivata.»
«Come sarebbe? Non c’è nulla qui. Non c’è una casa…»
«Sono arrivata. Grazie di tutto.»
Senza dire altro, la ragazza aprì la portiera e uscì dall’auto. Camminò nel cono di luce dei fari fino a sparire nelle tenebre che ammantavano la campagna.

Il ragazzo fece marcia indietro, riprese la strada asfaltata e tornò alla balera. Fu solo quando uscì di nuovo dalla macchina, nel parcheggio, sentendo il vento fresco della notte, che si rese conto di aver lasciato la propria giacca sulle spalle della misteriosa fanciulla. Corse dentro in preda a un presentimento terribile e ritrovò i suoi amici al tavolo, alle prese con alcune ragazze e un’altra bottiglia di vino.
Raccontò rapidamente l’accaduto e dopo un vero terzo grado di domande gli amici si convinsero, a malincuore, ad abbandonare la promettente situazione per accompagnarlo in auto, nel tentativo di ricostruire la strada fatta, trovare la casa della ragazza e recuperare la giacca.

Dopo diversi tentativi ed errori, gli amici riuscirono a riprendere lo sterrato. Il ragazzo proseguì lentamente ma i fari non illuminavano nessuna casa né di fronte né ai lati della stradina. Continuando, con una sensazione sempre più pressante di vuoto allo stomaco, i compagni infine videro comparire di fronte a loro il cancello secondario del camposanto del paese. Avevano seguito un ampio cerchio attorno ai campi per poi tornare ai confini dello stesso abitato da cui erano partiti. Sulle barre di metallo sagomate a punta di lancia del cancello del cimitero, come un terribile monito, era appesa la giacca.

Il ragazzo ebbe un crollo e dovette essere accompagnato dagli amici al Pronto Soccorso del paese vicino. Non si riprese più. Disse che la ragazza lo tormentava e che non riusciva praticamente più a dormire, che ogni momento di veglia era immerso nel terrore e lo scarso e agitato sonno che lo coglieva a tratti era assediato da terribili incubi. Morì in ospedale a causa di quello che venne diagnosticato come un totale esaurimento nervoso.

La famiglia della ragazza, a cui presto giunsero voci riguardanti la serata in balera e il suo tragico epilogo, decise, in accordo con le autorità civili e religiose del paese, di riesumare il corpo della giovane. Quando i becchini del camposanto aprirono la bara, alla presenza della famiglia, del sindaco e del parroco, furono in molti a svenire o a urlare d’orrore: la ragazza non appariva con gli abiti con cui era stata seppellita ma indossava un lungo boa di piume nero e un vestito bianco che presentava, sul petto, una strana macchia di colore marrone.

Queste erano le storie con le quali andavo a dormire, nel buio e nel silenzio più totale della campagna padana, quando ero piccolo. Questo, forse, spiega il mio conflittuale rapporto di attrazione con le storie d’orrore e la mia abitudine di andare a dormire all’alba, quando la luce del sole nascente rende tutto più rassicurante e innocuo…

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