Riflessioni

IO_Supernova

Non credo sia necessario fare molte premesse, penso che oramai il mio pensiero su certi argomenti sia piuttosto noto a chi mi conosce o mi segue un po’ sui social. Ci tenevo, però, a fare una riflessione che mi è tornata in mente stasera, a causa di un evento che ora vi racconterò. Si tratta, infatti, di una questione su cui ho già meditato diverse volte in passato e che, ogni volta, mi dà da pensare.

Sono stato invitato da un amico – oltre che compagno di avventure musicali – come fotografo “ufficiale” al battesimo del suo secondo figlio. Dopo averlo rassicurato sul fatto che non avrei preso fuoco entrando in chiesa e che i crocifissi sarebbero rimasti al loro posto, ci siamo organizzati per la serata con una pizza in cartone a casa sua, tra giocattoli sparsi in giro, la prima figlia che mi mostrava tutti gli animaletti di plastica della sua vasta collezione, la moglie che mi raccontava aneddoti sui personaggi della diocesi locale e un’atmosfera generale di serena confidenza, quel tipo elusivo di felicità quotidiana che solo le persone che assumono certe responsabilità e prendono certi impegni possono sperare di conoscere. Un tipo di felicità che io invidio.

Ci siamo quindi diretti alla chiesa dove sono stati fatti tutti i riti del caso: l’unzione dei neonati con l’olio consacrato, la compilazione dei documenti necessari, la dichiarazione di rinuncia a Satana e alle sue opere (francamente, la parte più surreale della serata), quindi il “piatto forte”: il padre che immerge leggermente il capo del bimbo nell’acquasantiera (con l’immancabile scoppio di pianto disperato, presto sedato dalle coccole di mamma), la distribuzione del vestitino bianco e della candela, simboli della nuova vita pura e mondata dal Peccato Originale e, soprattutto, la presentazione alla comunità dei suoi nuovi membri.
Il sacerdote prende il bimbo che è stato appena battezzato e lo alza di fronte a tutti i fedeli (un gesto che mi ha immediatamente fatto venire in mente la presentazione di Simba all’inizio del Re Leone – nella mia testa c’era come colonna sonora “The Circle of Life”) dichiarando che ora fa parte della comunità cristiana. Segue applauso.

Ora: non mi interessa in questa sede criticare il rito in sé, oppure far notare come nella Bibbia non ci sia traccia di alcun Peccato Originale, o dimostrare come Satana non sia una persona ma un ruolo che viene di volta in volta assunto da esseri umani o “angeli”, sempre su ordine di Yahweh… né sottolineare come il parallelo tra Satana e Lucifero sia un’invenzione medievale priva di qualsiasi fondamento nelle scritture, eccetera, eccetera. Di tutto questo potremo parlare, eventualmente, in un’altra sede.
Ciò che mi interessa, invece, rimarcare è l’importanza del rito. Un’importanza talmente profonda a livello emotivo, istintuale, che persino io mi sono sentito coinvolto e commosso. Il rito di passaggio è un’istituzione presente nella stragrande maggioranza delle culture umane e il battesimo, con la presentazione del bimbo alla comunità di fedeli, è un rituale potente e di grande valore coesivo ed empatico. Ogni rito fondamentale ha questa funzione… Il battesimo segna la nascita e l’entrata nel mondo degli Uomini di un nuovo membro, l’acquisizione da parte di quella “tribù” di una nuova vita da accudire, di cui prendersi cura, così come la Comunione e la Cresima sono collegati con il passaggio all’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta. Il Matrimonio indica l’assunzione di una responsabilità (che dovrebbe essere) profonda, la creazione di una nuova coppia di persone all’interno della tribù, legata da amore, rispetto, obiettivi comuni, piani per il futuro. E poi si ricomincia il ciclo con i propri figli, fino ad arrivare all’Estrema Unzione, che consente ai fedeli di affrontare con maggiore serenità l’Ultima Soglia Misteriosa.

E la domanda è: ma noi atei cosa abbiamo al posto di tutto questo?
Niente.
Non ci sono rituali laici, materialisti, che possano sostituirsi a questi importanti passaggi simbolici. Certo, esiste il battesimo civile, o il matrimonio civile, ma non sono dei veri e propri riti poiché mancano di quel substrato simbolico che è ciò che rende così importanti tali occasioni a livello emotivo profondo. Alcuni potrebbero dire che noi non abbiamo bisogno di avere nulla di simile, ma io mi trovo in forte disaccordo con queste persone. Siamo tutti esseri umani e tutti sentiamo il bisogno di appartenere a un gruppo, di essere amati e protetti, di essere ascoltati e seguiti nel cammino della nostra esistenza. Siamo animali sociali e abbiamo necessità sociali. Un etologo vi potrebbe dire che “uno scimpanzé solo non è uno scimpanzé” e, a maggior ragione, un uomo solo non è un uomo. Noi siamo la somma delle nostre interrelazioni, tanto che da tempo in ambito scientifico si ipotizza l’esistenza di ciò che viene definito “sistema nervoso esteso”, cioè tutto ciò che nell’ambiente circostante, interagisce e stimola le nostre percezioni, sensazioni, la nostra psiche. In quanto tali, tutti gli esseri umani, atei o credenti che siano, subiscono il fascino della ritualità simbolica perché sentono a un livello non necessariamente consapevole e ben radicato nella nostra evoluzione filogenetica la necessità di appartenenza a qualcosa di più grande di se stessi. E cosa c’è di più grande della realtà fisica che ci circonda? Della scienza e delle sue meraviglie? Perché, quindi, non ci sono rituali atei di passaggio e di celebrazione delle età dell’uomo?

E a chi dice che il materialismo è freddo, asettico, privo di poesia, posso solo rispondere parafrasando le parole di Neil DeGrasse Tyson: le stelle sono concentrati di idrogeno ed elio che si “accendono” e scatenano reazioni a catena atomiche. Al loro centro si formano nuovi elementi più pesanti. Quando le stelle più grandi diventano supernovae ed esplodono, lanciano tali elementi nello spazio circostante, pronti ad essere catturati dal pozzo gravitazionale di stelle delle generazione successiva che li riciclano formando elementi ancora più complessi in un ciclo che è partito con il big bang e non si è fermato ancora oggi, né mai si fermerà se non con la fine dell’universo stesso. Quindi il ferro presente nell’emoglobina che scorre nelle nostre vene è stato letteralmente forgiato all’interno del nucleo di una stella primordiale. Gli elementi che ci compongono sono letteralmente polvere di stelle. Non è un’allegoria, non è un modo di dire, un gioco di parole. È la poesia dell’universo che si fa materia nella nostra carne. È realtà pura e semplice, oggettiva e universale.
Come fa tutto ciò a non avere un profondo valore poetico e simbolico? Ciò ci fa capire che siamo parte di un tutto interconnesso a ogni livello, dai quanti ai buchi neri supermassicci. Non c’è nulla di più potente, misterioso, poetico, “spirituale” e profondo di ciò che la scienza scopre e ci mostra ogni giorno.

Quindi, ancora una volta: perché non abbiamo i nostri rituali?

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