Ricordi

gatto_lampioni

Tu, amico, mi avevi avvertito che tornare nel vecchio quartiere poteva essere una cosa terribile, spaventosa, come scoperchiare un vaso di Pandora o evocare i demoni della nostra Ombra. Com’è che dicevi? “Il tuo mondo è sovrapposto a quel che vedi qui, tra le vecchie strade. Camminare in quegli spazi dove un tempo c’eri tu. Quel tuo tempo è casa tua. Il ritorno è solamente nostalgia, magia o malinconia. Tornerai a passeggiare tra le lacrime, tra visioni, spazi vuoti e gente che non vedi più. Nella luce dei lampioni e nella polvere.”
Mi avevi avvertito. E sapevo che le tue parole avevano un fondo di verità che risuonava nelle corde della bocca dello stomaco. Ma a volte non si sceglie o, per meglio dire, si sceglie con leggerezza, e si percorrono strade da soli di sera. Strade illuminate da quei lampioni e cosparse di quella polvere e, soprattutto, abitate da fantasmi che ti guardano dalle vetrine dei negozi, dalle finestre degli appartamenti, dai crocicchi in cui i semafori col giallo lampeggiante sembrano un allarme, un messaggio da forze sconosciute.

E così stasera ho percorso quella strada, schivando le ombre e le luci, riflettendomi nei vetri degli esercizi chiusi o in fallimento. E ciò che vedevo non mi piaceva per nulla. Dall’ultima volta in cui ho vissuto quei percorsi con il diritto che deriva dall’abitare in un quartiere sono cambiate tante cose. Ma la casa dove la mia amica e compagna disse di aver visto uno spettro è ancora lì. E probabilmente anche lo spettro.

La pizzeria in Piazza Gobetti dove anni fa facemmo un grande raduno di amici virtuali, invece, ora è un ristorante giapponese fusion-trendy, del tutto identico a mille altri ristoranti fusion-trendy sparsi per la città. Il bar squallido dove ogni tanto mi fermavo a prendere un caffè è una sorta di negozio di casalinghi cinese. Il cinema dove ho visto “Il Signore degli Anelli” di Bakshi è una sede della Banca Popolare di Sondrio. E il negozio di animali dove ho preso un gattino che regalai alla mia compagna è diventato un lavasecco o qualcosa di altrettanto banale e privo di storia. Ma la storia c’è eccome e risuona in ogni passo, in ogni sguardo, in ogni riflesso.

Lì all’angolo con via Catalani c’è un bar tabacchi dove vidi per l’ultima volta una persona che ricordo e rimpiango. E poi i ricordi cominciano a mischiarsi. Non ci sono più solo quelli di dieci anni fa, ma quelli di quindici, di venti, di trenta… Come l’immagine, poco più in là, delle villette dove sognavo un giorno di andare a vivere, mentre giravo in tram con un montgomery nero e il cappuccio tirato sulla testa, immaginando di essere Raistlin o un guerriero medievale. Il negozio di giocattoli dove mio padre mi comprò due pupazzi – un drago e un grifone – fatti di plastica e di fil di ferro, quando la vita sembrava tutta spalancata e piena di possibilità, ora è diventato un parking di lusso. E allo stesso angolo c’è ancora quel ristorante greco dove non sono mai andato e forse non andrò mai. Mi avvicino a Loreto e passo davanti alla scuola delle mie Elementari, con la maestra che, crocifisso al muro, mi ha fatto ripetere per cinque anni, sei giorni su sette, un Padre Nostro e un’Ave Maria all’inizio e alla fine di ogni lezione. Scuola pubblica, ovviamente. Anni più tardi ci tornavo a prendere mio cugino che usciva nel pomeriggio e lo riaccompagnavo a casa.

Percorro via Porpora a piedi, da solo, di notte, sotto la luce dei lampioni e in mezzo alla polvere dei ricordi e dei rimpianti. Lì dove passavo in macchina con l’amico perso nei meandri delle sue incrollabili ragioni per imboccare la “circonvalla” e fare infiniti giri completi di Milano parlando di tutto e di niente, dei nostri malumori, delle gomitate in area che ci dava la difesa della Vita e dei rigori che non potevamo battere, dato che non c’è nessun arbitro, qui o lassù. E quell’altro “amico”, con le virgolette… Quello che mi tirava giù da casa alle due o alle tre di notte per portarmi in Brianza a parlare con la bocca impastata di alcool dei suoi fallimenti e dei frammenti rimasti del suo cuore, lo stesso “amico” che ora pare ricordarsi solo del fatto che a me servisse “un tassista” per andare al pub insieme. Le persone con cui ci accompagniamo per bisogno e solitudine riservano sempre sorprese sgradevoli e meschine.

Oh, guarda. Il negozio di cake design dove sono passato con te un inverno, affascinato da quel mondo strano e colorato, è ancora lì, con la sua insegna allegra che sembra ridacchiare ironicamente dell’evoluzione della mia storia. E anche Piazzale Loreto è ancora lì. La piazza dove ci siamo trovati migliaia e migliaia di sere, quando le uniche preoccupazioni erano le ragazze, l’interrogazione del giorno dopo e cosa inventarsi per rimanere il più a lungo possibile in giro, per evitare di tornare a casa a rinchiuderci ognuno nella sua piccola sfera di solitudine. Ora invece la sfera di solitudine l’abbiamo arredata con mobili dell’Ikea e ci viviamo dentro, quasi la portiamo all’occhiello come una medaglia o una decorazione, come fosse l’attestato di raggiungimento dell’Età Adulta. Gli “Achievement” di un videogame senza programmatore.

E oltre Loreto c’è la via dove facevamo volare il pacchetto di sigarette semivuoto sopra le griglie d’aerazione della stazione della metropolitana, cercando di passarcelo e riprenderlo al volo. E poi c’è la Stazione Centrale. E lì i ricordi hanno fatto il biglietto, preso il treno, e mi hanno lasciato nudo nella brezza calda di un’altra estate che sarà senza nottate di chitarre e salumi affettati da “Marietto”, senza gite fuori porta con quella tipa bionda carina che ti piace tanto, senza giornate interminabili a sentire dischi con il ventilatore sparato in camera o a comporre musica nell’ufficio del papà. Niente pomeriggi al parco a giocare “col disco” e a bersi “cento birrette”… Un’estate che è solo un incidente di percorso dell’orbita di questo pianeta attorno al sole, un fenomeno astronomico privo di poesia, di vita e di significato. Il protrarsi di ciò che è stato ieri e che sarà domani, solo un po’ più caldo.
Almeno all’esterno.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Blog. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...