Il cielo

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Il cielo è come uno schermo su cui un proiezionista nevrotico scaglia fotogrammi di un passato che si ricicla con il vento. Una cupola azzurra che a volte si arrabbia e diventa viola oppure arrossisce di vergogna, impallidisce di fronte a ciò che accade sotto di lei e si intristisce quando si asciuga le lacrime con le nuvole.

Il cielo è uno ma in realtà sono molti. Tanto per cominciare sono due: quello illuminato dal sole e quello che accoglie la luce riflessa della luna. Il primo celebra gli amori consolidati, il secondo è complice di quelli proibiti. Il giorno è lo sposo dei trionfi, dei successi. la notte è l’amante dei progetti e dei sogni, ma anche la cospiratrice degli incubi, la tentatrice delle passioni inconfessate. E poi ci sono i cieli delle varie città, tutti diversi tra di loro, per quanto ciò possa sembrare strano. C’è il cielo di Firenze che guardano solo i turisti, quello di Roma che è più vecchio e stanco, quello di Torino, un po’ stretto tra le colline come una giacca di una taglia in meno, quello di Udine che sembra di stare in California, quello di Genova che si confonde col mare… E poi c’è il cielo di Milano.

Il cielo di Milano a volte è di Milano e altre volte è di New York, sempre più spesso di Parigi, talvolta di Londra. Capita persino che sia di Miami, soprattutto al tramonto, o di San Francisco quando piove. L’aria a volte è frizzante e sembra che le Alpi siano scese in pianura per venire a farsi un aperitivo in Corso Como, le nuvole spazzate via da un vento che sa di neve in tarda primavera. A volte, invece, è afosa e opprimente come un’angoscia che ti stringe il petto e ti senti come un cucchiaino che cerca di mescolare il miele in un barattolo. A volte vedi le montagne, altre volte nemmeno la casa di fronte. Poi arriva “la scighèra”, la famigerata nebbia meneghina che avvolge tutto in una coltre grigia, discreta e piccoloborghese, come se la città ci chiedesse di rallentare i ritmi, di darci un tono britannico.

Ma, soprattutto, come dicevo, il cielo è composto da fotogrammi di passato. Luci, colori, forme, suoni e odori che permeano l’aria e che appartengono a ricordi perduti, rimpianti dimenticati, rimorsi ardenti e occasioni mancate.

C’è il cielo di quando eri alle elementari, ti svegliavi presto la mattina e andavi a scuola con la cartella sulle spalle. Il cielo di quando eri in vacanza in Lomellina e sembrava che la libertà fosse a portata di mano e non dovesse finire mai. Il cielo delle prime notti passate in bianco con gli amici. Il cielo espressionista delle colline maremmane mentre sorseggi un calice di vino bianco. Il cielo del mare di notte mentre galleggi e ti togli la maschera, la galassia che lo taglia in due come una lama di luce che sembra sorriderti, una gigantesca emoticona siderale. E tu non puoi fare a meno che sorridere a tua volta e chiudere gli occhi per vedere il cielo che c’è dentro di te, così tanto diverso, un po’ spento come una foto a cui abbiano tolto saturazione. Le stelle cadenti, gialle e verdi, come il tuo dolore e la tua invidia, e le stelle filanti, rosse e blu come il costume dell’Uomo-Ragno che avevi messo da bambino, ai giardini pubblici, a un carnevale di quegli anni settanta in cui si sentiva l’odore della cordite delle pallottole mischiato a quello dei long drink dei bar del centro. Alcuni sparavano, altri avevano cominciato a smettere di sperare. Alcuni scalavano le barricate, altri i gradini della gerarchia sociale. E tu soffiavi le tue stelle filanti come se fossero le ragnatele dell’Arrampicamuri, come se le tue fantasie potessero reggerti e farti volare tra i palazzi.

Un po’ come fai oggi.
Oggi che, ancora e sempre, preferisci alzare lo sguardo al cielo e vederci dentro tanti piccoli fotogrammi della tua vita.

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