La cravatta: il fazzoletto dei guerrieri

Stefano Cau

Le bellissime cravatte di Stefano Cau – Como – http://www.stefanocau.com

La cravatta è forse l’accessorio più diffuso e universalmente riconosciuto nella moda occidentale moderna. Nella sua forma attuale, a partire dalla fine dell’ottocento e dai prini del novecento, non è cambiata sostanzialmente molto, sebbene ci siano state tante piccole variazioni in termini di modello, lunghezza, larghezza, materiali utilizzati o tipo di disegni e stampe dei tessuti.

Al giorno d’oggi la cravatta è arrivata a rappresentare un modo di vestire formale e “serio” – per alcuni potremmo dire “serioso” – e spesso è associata al mondo degli affari, alle personalità pubbliche, politiche, alle autorità, al mondo dell’industria e della finanza. A quello, insomma, che un hippy anni sessanta avrebbe definito “the Man”.

Le cravatte di Stefano Cau

Altre cravatte di Stefano Cau – visitate il sito http://www.stefanocau.com

Quasi in risposta a questa percepita formalità, infatti, soprattutto dopo la seconda metà del ventesimo secolo, si è andato diffondendo il cosiddetto stile “casual” che viene visto come informale e sportivo, comodo e anticonformista. La scelta del nostro “outfit”, infatti, non è mai casuale e spesso dietro a uno stile ci sono, più o meno esplicite, delle dichiarazioni di intenti ideologiche che, bisogna dire, non sempre sono del tutto giustificate.

Un mercenario croato

Un mercenario croato.

Vista la mia passione per la moda “classica” mi sono trovato di frequente a discutere con amici che tendono a vestirsi in modo più “casual” e affrontando l’argomento mi sono spesso sentito dire che la cravatta viene vissuta male perché dà l’impressione di stringere il collo, di non lasciar respirare, di non permettere una maggiore sensazione di libertà. Questo è certamente vero se non abbiamo scelto con oculatezza una camicia che abbia il collo “giusto”. Se la camicia è selezionata correttamente e non dà sensazioni di costrizione chiudendo il primo bottone, la presenza o meno della cravatta è irrilevante poiché non stringe ulteriormente il colletto. Inoltre, nulla ci vieta di tenere aperto il primo bottone e allentare un po’ il nodo, assumendo uno stile meno rigido e formale… Ma questo è un altro discorso.

Tuttavia, tra le varie obiezioni, una mi è sempre sembrata alquanto curiosa. Forse per diretto collegamento con questa sensazione di soffocamento, molti affermano che la cravatta sia simbolicamente un cappio al collo, qualcosa che ricorda la servitù un simbolo di sudditanza e addirittura di schiavismo. Ma andando a ricercare l’origine di questo accessorio scopriamo che nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Un mercenario croato

Un mercenario croato con la tipica “cravate” al collo.

La cravatta, sebbene in tutt’altra forma, trae le sue origini moderne dal conflitto noto come Guerra dei Trent’Anni (1618 – 1648), una serie di scontri nata tra Paesi cattolici e protestanti durante il tramonto del Sacro Romano Impero. In particolar modo, deriva da un fazzoletto annodato al collo utilizzato dai mercenari croati che combattevano tra i ranghi dell’esercito francese. Per distinguersi dagli altri militari e per affermare il proprio orgoglio bellico, i croati sfoggiavano tali foulard in vari colori. Questo elemento romantico venne presto adottato dai francesi stessi. La parola “cravatta”, infatti, deriva da “hrvati” (come i croati chiamavano sè stessi), francesizzato in “croates” e di conseguenza nel termine “cravate” che arriva presto a identificare i fazzoletti in questione. A riprova di questa origine, in Croazia il 18 ottobre di ogni anno si festeggia proprio la “Giornata Internazionale della Cravatta”, ricorrenza che viene osservata anche in diverse città in giro per il globo (tra le quali Como, la “capitale del nord” delle cravatterie e seterie italiane).

Stili di cravatte

Differenti stili di “cravatte” durante varie epoche della storia.

Quando la nobiltà francese cominciò a indossare versioni particolarmente elaborate in pizzo di tali fazzoletti, la moda dilagò in tutta Europa. Il Re Sole, Luigi XIV, lanciò il “trend” attorno al 1646 quando aveva solo sette anni. È lecito pensare, quindi, che forse fu qualcun altro ad avere l’idea di vestirlo in quel modo… Ciò nonostante, se il Re si presenta in pubblico con un simile accessorio è inevitabile che altri nobili lo seguano e poi, a ruota, borghesi e “popolino”.

Steinkirk

Cravatta in stile “Steinkirk” assicurata a un’asola della giacca, circa 1650.

Quarantasei anni dopo, durante la Guerra dei Nove Anni, i principi francesi affrontarono a Steenkerque (1692 – Belgio) una coalizione di inglesi, scozzesi e olandesi al comando di Guglielmo d’Orange, presentandosi sul campo di battaglia con un lungo fazzoletto di tessuto annodato al collo con un’estremità assicurata a un occhiello della giacca. Questo tipo particolare di “cravatte” viene ancora oggi conosciuto con il nome di “Steinkirk” o “Steenkerque”.

Lungi dall’essere un simbolo di schiavitù o costrizione, quindi, vediamo come la cravatta sia stata portata con orgoglio da gruppi d’elite e mercenari dell’esercito francese fin dall’inizio del diciassettesimo secolo. Se mai rappresenta qualcosa, quindi, rappresenta il coraggio, la forza e la capacità bellica di soldati e combattenti temuti in tutta Europa. D’altronde, com’è possibile che un capo d’abbigliamento che viene ancora oggi sfoggiato dalle classi dominanti sia un simbolo di servitù e sottomissione? La storia e la logica denunciano una realtà opposta a questa teoria.

Detto tutto ciò, possiamo anche considerare irrilevanti le origini della cravatta e continuare a coltivare i nostri gusti personali che, in quanto soggettivi, sono sacri e non negoziabili. Ma forse questo articolo può far capire ad alcune persone come non ci sia nessun “sottotesto simbolico” denigratorio in tale accessorio. Personalmente, io trovo che sia un capo divertente, vario e non necessariamente così formale e rigido come siamo soliti pensare.
Alla fine, tutto sta sempre nell’indossare ciò che ci fa star bene, che ci piace e ci fa sentire più sicuri e allegri!

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