Quindici film horror che mi hanno fatto paura

Come promesso, ecco la lista dei film horror che, alla prima visione, mi hanno terrorizzato maggiormente. Cercherò di presentarli (più o meno) in ordine di terrore crescente, mettendo al primo posto quello che mi ha fatto più paura in assoluto.

Il mitico Freddy

Avevo in mente di fare una lista di dieci film, per una questione di simmetria con l’articolo precedente, ma stilandola mi sono reso conto che avrei dovuto fare troppe rinunce.
Ecco quindi, le pellicole che hanno toccato più a fondo le mie corde inconsce e i miei nervi scoperti…

15) Pet Sematary

Pet Sematary

Il film di Mary Lambert del 1989 tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King (che ha anche scritto la sceneggiatura) è di per sé estremamente inquietante. La trama la conosciamo tutti, credo: c’è un cimitero indiano in cui i corpi seppelliti tornano in vita ma diversi, come scopriranno Louis e Rachel Creed quando tenteranno di resuscitare il loro gatto. Sebbene l’esperimento non sia andato a buon fine, per usare un eufemismo, quando il figlio Gage viene ucciso da un camion il padre, impazzito per il dolore, decide di seppellirlo nel cimitero Micmac con conseguenze orribili. Tutta l’atmosfera tiene lo spettatore sul filo del rasoio e la storia è decisamente affascinante (sebbene il romanzo sia curiosamente uscito lo stesso anno in cui è comparso nelle sale cinematografiche Zeder, capolavoro horror di Pupi Avati che ha sostanzialmente la stessa trama). Ma ciò che a me ha colpito maggiormente e che mi ha impedito per anni di rivedere il film a cuor leggero sono i flashback di Rachel con la sorella Zelda, trasformata in un mostro dalla meningite cerebrospinale. I suoi incubi sono diventati molto rapidamente anche i miei: Zelda è davvero una creatura terrificante – suo malgrado, poveretta – e in un paio di scene si trasforma in qualcosa capace di provocarmi la pelle d’oca al solo ricordo a distanza di quasi trent’anni…

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14) La Casa dalle Finestre che Ridono

La Casa dalle Finestre che Ridono

E parlando di Pupi Avati, che dire del suo film del 1976 incentrato su un pittore maledetto, una chiesa con un affresco misterioso e uno sfortunato restauratore? Tutta la storia è ambientata nella provincia ferrarese e spesso il film mostra scene girate in pieno giorno, su larghi fiumi o sconfinate campagne, popolate da personaggi che parlano in dialetto e con l’accento locale. Non esattamente il tipo di scenario che ci si immagina per un horror, non è vero? Invece il regista riesce a costruire un incubo a più strati, come una cipolla: ogni volta che scopriamo qualcosa, misteri ancora più oscuri si spalancano di fronte a noi e al protagonista. Gli ultimi quindici minuti circa sono un’autentica carrellata di orrori crescenti e la rivelazione finale è uno dei colpi di scena più incredibili della storia del cinema (sorry, mr. Shyamalan). Se non l’avete visto, dovete assolutamente colmare questa lacuna: questo film è riuscito perfettamente a condensare e interpretare il lato oscuro delle campagne lungo la Valle del Po, con le loro leggende, i pettegolezzi, le favole misteriose.

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13) Poltergeist

Poltergeist

Prodotto e scritto da Steven Spielberg (che, però, per una clausola contrattuale non poteva dirigerlo), il film è stato affidato a Tobe Hooper, principalmente a causa del successo del suo Non Aprite Quella Porta… Tuttavia ci sono sempre state voci riguardo al coinvolgimento ufficioso alla regia dell’autore di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, soprattutto a causa di uno stile che sembra avvicinarsi molto di più al suo modo di fare cinema che non a quello di Hooper. La trama racconta una classica storia di infestazioni demoniache casalinghe, sebbene con un twist tecnologico e moderno: gli spettri si manifestano tramite la televisione, ad esempio, e gli investigatori dell’occulto utilizzano strumenti avanzati. Nel complesso è un film godibile a tutt’oggi e ci sono un paio di scene che, all’epoca, mi hanno terrorizzato: in particolar modo quella delle sedie in cucina e quella del pupazzo sotto il letto (se avete visto il film, sapete di cosa parlo). Anche il demone all’epoca sembrava davvero spaventoso, sebbene l’effetto non abbia retto molto bene all’assalto degli anni. Il remake del 2015 è totalmente inutile, però, quindi vi consiglio caldamente di guardare l’originale, effetti speciali obsoleti o meno.

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12) Nightmare – Dal Profondo della Notte

Nightmare

Che cosa dire di Nightmare? È uno degli horror più iconici, universalmente amati, famosi e di successo della storia del genere, e ha dato vita a un franchise divertente e vario – molto più di quanto sia accaduto ad altre serie in quegli anni. L’unica cosa che mi sento di dire è questa: nel primo capitolo, Freddy fa veramente paura. Intendiamoci: non ho nulla contro il Krueger più scanzonato dei sequel, anzi! Il terzo e il quarto capitolo, in modo particolare, lo hanno definitivamente consacrato come mito dell’horror a imperitura memoria anche grazie al suo senso dell’umorismo macabro. Tuttavia, più i film calcano la mano su quell’aspetto e più viene sbiadita la natura originale del killer: uno spietato e feroce molestatore e assassino di bambini. Nel primo film Freddy fa decisamente meno ridere e alcune scene rispettano assolutamente il titolo originale del film (come quella che ho scelto qui sopra). Il remake del 2010, tanto odiato dai fan della serie, ha però una caratteristica che gli va assolutamente riconosciuta: l’interpretazione di Jackie Earle Haley – già noto per essere stato Rorschach in Watchmen – cerca di riportare Freddy alle sue origini spaventose e oscure. Il film cerca, quanto meno, di recuperare quell’atmosfera di autentico incubo ben distante dal luna park di balletti, travestimenti e battute che ha costellato i sequel degli anni ottanta.

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11) The Descent

The Descent

Avete problemi di claustrofobia? Vi sentite mancare l’aria in ascensore o quando scendete in cantina? Non siete a vostro agio al buio? Questo non è decisamente il film che fa per voi (o forse è il film perfetto per voi, a seconda di quanto vi piaccia farvi spaventare). La pellicola del 2005 di Neil Marshall è quasi un “anti-La Cosa“, dato che là il cast era completamente maschile mentre qui è totalmente femminile. Sei amiche con l’hobby dell’esplorazione di caverne e grotte decidono di ritrovarsi per un’ultima spedizione in un complesso sotterraneo mai visitato prima. Inutile dire che le cose non andranno molto per il verso giusto… Non voglio farvi ulteriori spoiler perché è ampiamente possibile che non abbiate già visto il film e non voglio togliere a voi i salti sulla sedia e i brividi che ho provato io, proprio perché alla prima visione non ne sapevo nulla. Basti dire questo: talvolta sono proprio le idee più semplici a generare le storie più efficaci e impressionanti.

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10) Suspiria

Suspiria

Anche Suspiria è un film di cui è difficile dire qualcosa che non sia già stato detto centinaia di volte. Il film del 1977 di Dario Argento segna il suo allontanamento dalle trame gialle e thriller per piantarsi in modo e fermo e convincente nell’horror sovrannaturale puro. La storia di Susy Benner, aspirante ballerina, nell’Accademia di Danza di Friburgo si snoda tra personaggi inquietanti, passaggi segreti, misteriose presenze e morti inspiegate, in quella che potremmo definire a tutti gli effetti una favola dark moderna. Chi o cosa si nasconde nella scuola? Visto da bambini questo è un film che è destinato a segnarvi per la vita, sia per le tecniche registiche impeccabili sia per i colori saturati che rendono ogni sequenza onirica e surreale. Il film avrà un suo sequel non ufficiale in Inferno, tre anni più tardi, una pellicola che imposterà la mitologia delle Tre Madri basate sul libro Suspiria de Profundis di Thomas de Quincey e, sfortunatamente, un sequel più ufficiale nell’imbarazzante La Terza Madre del 2007, un autentico disastro di logica, trama, sceneggiatura, dialoghi e interpretazione in cui non si riesce a salvare nulla tranne la possibilità di sfruttarne l’umorismo involontario in una serata trash tra amici, a suon di birra e pop-corn. Ma il film che ha dato inizio alla serie è tutt’altro che leggero o buffo: Suspiria è una sequenza ininterrotta di scene tratte direttamente da incubi che crea una tensione crescente fino al tetro e drammatico finale.

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9) Sinister

Sinister

Lo scrittore Ellison Oswalt (un bravissimo Ethan Hawke), specializzato in libri di cronaca nera, si trasferisce con la famiglia in una casa in cui tutti gli occupanti precedenti sono stati uccisi tramite impiccagione al grosso ramo di un albero presente in giardino. Il suo scopo è quello di fare ricerche su questo caso per il suo prossimo best seller. Esplorando la casa, Oswalt trova un proiettore e una cassa di filmini Super-8, ognuno dei quali riprende una strage familiare cruenta e orribile. Lentamente, continuando a indagare, lo scrittore scoprirà ciò che si cela dietro questa serie di spietati omicidi. Il film è ben costruito e crea molta tensione, facendoci vedere tutto dal punto di vista di Oswalt. Le reazioni di Hawke sono autentiche poiché non sapeva nemmeno lui, durante le riprese, cosa avrebbe visto nei filmini preparati precedentemente dal regista, e questo aggiunge un livello di autenticità e di orrore sincero al personaggio. L’unica cosa che, io trovo, ha quasi completamente rovinato un film altrimenti ricco di scene impressionanti e validissime, è proprio il colpevole. Non voglio fare ulteriori spoiler, nel caso non l’abbiate visto, ma la Blumhouse Productions si è resa tristemente famosa per l’inspiegabile volontà di inserire jumpscare là dove non solo non sarebbe assolutamente necessario ma, anzi, l’equilibrio e la suspense delle pellicole avrebbero tratto giovamento dall’assenza di spaventi a buon mercato. Detto questo, alcune sequenze presenti nei Super-8 sono agghiaccianti e valgono da sole la visione del film.

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8) The Others

The Others

Fattosi notare nel 1996 con il suo Thesis e l’anno successivo con il meraviglioso Abre los Ojos, Alejandro Amenábar è uno dei registi della nuova ondata sci-fi/horror spagnola che ha rivitalizzato il cinema di genere a cavallo tra gli anni ’90 e duemila. In seguito a un accordo con Tom Cruise e Nicole Kidman per realizzare il remake del suo secondo film (Vanilla Sky, nel 2001), il regista dirige proprio con la Kidman questo Los Otros, sempre nel 2001, una ghost story che sembra uscita da un libro di favole nere vittoriane e che, per certi versi, ricorda le atmosfere classiche di Il Giro di Vite di Henry James, ma con un twist finale degno di M. Night Shyamalan. Questo è un film che ho avuto la fortuna di vedere al cinema in un’epoca in cui internet non era ancora un covo di spoiler senza pietà, in cui i trailer ancora non raccontavano praticamente tutta la trama e in cui il doppiaggio in italiano aveva un livello di professionalità decisamente elevato. Il risultato è stata un’esperienza coinvolgente e terrificante: non sapendo praticamente nulla del film, ogni colpo di scena è andato a segno in pieno. Le storie di fantasmi sono da sempre uno dei miei punti deboli, quindi come avrei potuto non includere una delle migliori mai realizzate sul grande schermo? Se non l’avete già visto non potete assolutamente perdervelo anche se, dal 2001 a oggi, molti aspetti del film, all’epoca più interessanti e originali, sono stati abusati e ricopiati da decine di altre pellicole e di show televisivi.

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7) [Rec]

[Rec]

E parlando di registi della new wave horror spagnola, come non citare almeno un lavoro di Jaume Balagueró? Il regista – che divide il ruolo, in questo caso, con l’ottimo Paco Plaza – è stato responsabile di horror notevoli come The Nameless del ’99, Darkness del 2002, Fragile del 2005, un bellissimo episodio della serie televisiva da brivido Películas para no Dormir del 2006, nonché Mientras Duermes del 2011. [Rec] è probabilmente il suo lavoro più originale ed esplosivo, ed è una pellicola che, nel 2007, ha contribuito a lanciare e stabilire in modo definitivo il genere found footage. La premessa è molto semplice: una giornalista e un cameraman girano un nuovo episodio di una trasmissione incentrata su tutti coloro che lavorano di notte (la serie si chiama proprio come il film che Balagueró girerà nel 2011). In questo caso, sono in una caserma di vigili del fuoco per riprendere una loro “nottata tipo” quando, improvvisamente, suona l’allarme per una chiamata d’emergenza. I pompieri permettono ai due di seguirli e si dirigono in un vecchio palazzo dove, a quanto pare, una vecchia sta molto male. Da qui parte il rollercoaster emotivo più incredibile mai visto al cinema fino a quel momento, un tripudio di spaventi, momenti di apparente calma, tensione alle stelle e rivelazioni sconcertanti, tutto ripreso in “tempo reale” con la videocamera in spalla. Il film vedrà un ottimo sequel nel 2009, un remake americano molto interessante (Quarantine, con l’ottima Jennifer Carpenter di Dexteriana memoria, nel 2008), e poi altri due sequel decisamente deludenti e noiosi che abbandonano inspiegabilmente il formato FF trasformandosi in filmetti banali e totalmente privi della verve oscura e inquietante del primo film.

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6) The Eye

The Eye

Dopo un paio di film italiani e due film spagnoli, era tempo che in questa classifica entrasse l’orrore dagli occhi a mandorla. The Eye è un horror sovrannaturale del 2002 diretto dai Pang brothers, responsabili anche per i due sequel ufficiali, The Eye 2 e The Eye 10. Di questa pellicola sono stati realizzati ben tre remake, il più famoso dei quali è il film dallo stesso titolo realizzato nel 2008 negli States con protagonista Jessica Alba (gli altri due sono Naina del 2005 in Hindi e Adhu del 2004 in Tamil). Ci sono casi in cui i remake riescono a rifinire ulteriormente il materiale originale e a creare un ottimo prodotto, talvolta addirittura migliore del film da cui sono partiti. Quello con Jessica Alba non fa parte di questa categoria e, se volete il mio consiglio, sparatevi l’originale di Hong Kong e lasciate perdere qualsiasi altra rivisitazione della storia. In breve la trama è la seguente: una ragazza cieca compie un trapianto di occhi e torna a vedere. Il problema è che non vede solo ciò che anche tutti noi percepiamo ma anche qualcosa di inspiegabile e inquietante… Niente spoiler: mi limito solo a dire che ci sono due o tre scene che, a una prima visione, io ho trovato terrificanti. Qualche jumpscare qua e là ma, nel complesso, molta più attenzione alla creazione di un’atmosfera snervante e a un’indagine che porterà la protagonista a scoprire l’origine dello strano fenomeno. Decisamente da non perdere.

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5) Lake Mungo

Lake Mungo

Lake Mungo è senza dubbio il film più originale e strano presente in questa lista. Realizzato con un budget molto limitato nel 2008, in Australia, e diretto da Joel Anderson, la storia ruota attorno alla morte apparentemente accidentale della sedicenne Alice Palmer, poco tempo dopo una gita scolastica al lago prosciugato citato nel titolo. Il film ha la forma mista di un mockumentary (un falso documentario, girato come se i fatti mostrati fossero davvero avvenuti) e un found footage. Il cognome della ragazzina morta non è casuale: il caso di Laura Palmer in Twin Peaks è stato certamente parte dell’ispirazione per il regista, anche se qui la storia prende una piega completamente diversa. È davvero difficile parlare di questo film: rendere l’idea dell’atmosfera, dei colpi di scena, dei cambi di registro, dell’indagine condotta dai genitori e dal fratello di Alice… Tutto concorre a mantenerci sul filo del rasoio e a farci chiaramente percepire che, di scena in scena, tutto può accadere e nulla è dato per scontato. Lake Mungo è un film che io ho trovato sorprendente e davvero, davvero inquietante ed è la riprova che con una buona idea si può realizzare qualcosa di diverso e affascinante anche con un budget molto limitato. Se non l’avete mai visto, ve ne consiglio caldamente la visione.

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4) Kairo – The Pulse

Kairo - The Pulse

Kiyoshi Kurosawa è un nome che gli amanti di Jap-Horror non possono non conoscere. Ha diretto molti film nella sua carriera, quasi tutti in qualche modo collegati a questo genere (ad esempio Cure nel ’97 o Charisma nel 2000) ma, a mio parere, Kairo è e rimane il suo capolavoro indiscusso. Premettiamo subito una cosa, così da parlarci chiaro: se guardare film in lingua originale in giapponese non fa per voi e, soprattutto, se i ritmi del cinema asiatico non sono il vostro pane quotidiano, questo film probabilmente non vi farà lo stesso effetto che ha fatto a me. Il ritmo è lento rispetto a quanto siamo abituati nella cinematografia hollywoodiana e alcuni di voi potrebbero trovare questa pellicola noiosa, tuttavia la scelta di editing non è affatto casuale ma necessaria per costruire lentamente e gradualmente un senso di alienazione assoluta e di terrore esistenziale che raggiunge l’apice nel finale della storia. A modo suo, forse questo è il film più lovecraftiano della lista e certamente tra quelli più originali per trama e per sottotesto filosofico. Tutto comincia nel modo più semplice del mondo: un ragazzo si connette con il suo computer per la prima volta a internet (siamo nel 2001) ma qualcosa va storto e sullo schermo del portatile compare una stanza in ombra con una figura sullo sfondo e la scritta “Ti piacerebbe incontrare un fantasma?”. Da qui si dirama un incubo di straordinaria bellezza estetica e di incredibile impatto. Anche in questo caso, Hollywood ha tentato la via del remake con The Pulse del 2006, scritto da Wes Craven (nientemeno) e diretto da Jim Sonzero. Sfortunatamente, questo remake manca completamente il punto del materiale originale e non riflette l’autentico orrore cosmico presente in Kairo. Lasciate perdere il rifacimento americano e gustatevi un po’ di sano horror giapponese.

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3) The Babadook

The Babadook

The Babadook ha colto un po’ tutti di sorpresa nel 2014. Questo horror/thriller psicologico australiano diretto da Jennifer Kent ha avuto un grande successo al Sundance festival e ha riscosso l’interesse del pubblico internazionale. Il film racconta la storia di Amelia, madre rimasta vedova dopo la morte del marito in un incidente stradale, e suo figlio Sam, un bambino emotivamente instabile e affetto da terribili fobie e incubi. Una sera Sam chiede ad Amelia di leggergli uno strano libro pop-up che è misteriosamente apparso nella sua cameretta… Da lì le cose degenereranno rapidamente in un susseguirsi di scene raccapriccianti e in un finale inaspettato. Questo è un film che andrebbe rivisto almeno due o tre volte per poter cogliere tutti i dettagli e tutti gli strati, i sottotesti psicanalitici, emotivi, simbolici… Fiumi di inchiostro sono già stati scritti da tanti critici cinematografici più capaci ed esperti del sottoscritto, quindi non voglio né cimentarmi in tal senso né rovinarvi la visione con eccessivi spoiler. Per quanto mi riguarda, The Babadook è stato intenso e gratificante, pauroso in modo sottile e a tratti esplosivo, capace di lasciarti dentro a lungo dopo la fine della visione quella sensazione che ti spinge a dare un’occhiata sotto il letto o guardarti dietro le spalle mentre sei al computer, magari con il sorrisetto forzato di chi si sente un po’ stupido. Nulla di più si può chiedere a un bel film horror.

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2) The Ring

The Ring

Abbiamo già parlato di horror asiatici e di pessimi remake hollywoodiani. In questo caso, a mio modesto parere, ci troviamo di fronte al fenomeno opposto. Il materiale originale, Ringu, film del ’98 di Hideo Nakata tratto dal romanzo di Kôji Suzuki, è un punto di svolta nel cinema horror (non solo nipponico, ma internazionale). Il remake americano del 2002 di Gore Verbinski asciuga e ripulisce la trama di base esaltando gli elementi puramente horror e consegnando all’Occidente una versione se possibile ancora più efficace e spaventosa. La realtà è che, a mio parere, entrambe le versioni andrebbero viste perché ognuna di esse presenta elementi unici e validissimi, quasi fossero due storie simili ma con un’identità e una dignità propria, ma se dovessi scegliere un solo film da salvare per i posteri – pistola alla tempia – non avrei dubbi: sceglierei The Ring.

Non mi è facile mettere in parole, soprattutto per iscritto, ciò che ho provato quando ho visto questo film la prima volta. Posso dire che erano circa le tre di notte e che ero a casa, nel proverbiale buio della mia cameretta, e ho affrontato la visione con la spavalderia di chi mangia Freddy Krueger a colazione e Jason Vorhees a cena. Non avrei potuto sbagliarmi di più. The Ring, al di là di qualche ingenuo jumpscare che il regista poteva tranquillamente risparmiarsi, basa tutto il suo potere suggestivo sulla tensione, sul sottile senso di inquietudine che permea ogni scena, sulla magistrale interpretazione di Naomi Watts e David Dorfman (uno dei bambini più spiritati mai visti al cinema)…

La narrazione ci cattura con il gancio iniziale di una leggenda metropolitana per poi tenerci incollati davanti allo schermo con il ritmo di un thriller investigativo. La ricerca di risposte si va facendo sempre più frenetica man mano che passano i giorni e il finale gioca con gli stereotipi del genere in modo magistrale. Indubbiamente, si tratta di un film irripetibile (come i tanti prequel, sequel, remake e reboot hanno ampiamente provato). Prima della sua visione ero convinto di essere sufficientemente vaccinato contro gli horror. Dopo averlo visto, mi sono dovuto ricredere e ho recuperato il timore e il brivido di un tempo nonché una grande fiducia nelle capacità di rinnovarsi di questo genere cinematografico.

In tanti hanno provato a ricreare la formula, a replicare il successo di questo piccolo capolavoro, ma sono ben pochi quelli che si sono avvicinati anche solo lontanamente al suo ritmo, alla sua fotografia, alle tante cose non dette ma mostrate in modo intelligente, agli sguardi, alle esplosioni improvvise di orrore, al cinismo e alla tenerezza mostrati dai personaggi. Pochi hanno l’intelligenza di Verbinski nello scolpire figure tridimensionali lontane da archetipi narrativi triti e ritriti, standard stantii, forgiando caratteri che ci fanno appassionare, che comprendiamo, in cui ci identifichiamo.

E il senso di ineluttabilità, di disperazione, di incombente tragedia è qualcosa che può derivare solo dalla poetica del Sol Levante. The Ring è una sintesi perfetta dell’incontro tra le sensibilità horror nipponiche e americane, un sunto condensato di due mondi narrativi, un matrimonio da incubo. Se non avete già visto almeno questa versione e l’originale giapponese, non posso che implorarvi di farlo. Se amate il genere e se vi piacciono le storie intelligenti e complesse, stratificate e ricche di significato, non credo che rimpiangerete il tempo speso nella loro visione.
E ricordatevi: dopo aver letto questa recensione, avete solo sette giorni per farlo…

P.S.
Quando parlo di un’autentica pletora di remake, prequel, sequel e chi più ne ha più ne metta, non scherzo affatto… Tra la serie originale giapponese, il remake coreano, e la serie americana, parliamo di un numero di film che giustificherebbe ampiamente un nuovo articolo di retrospettiva, anche per far chiarezza sulle diverse storie e cronologie. Chissà, potrebbe essere proprio questo il tema di uno dei prossimi post…

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1) The Blair Witch Project

The Blair Witch Project

In una frase: l’esperienza più terrificante che abbia mai provato di fronte a uno schermo.
A mani basse.
Senza il minimo dubbio.

Lo so, lo so. Molti di voi l’hanno visto al cinema, magari in un multisala affollato, con il tizio di fianco che mangia pop-corn e quella davanti che smanetta sul cellulare. E l’avete visto doppiato in italiano. E, francamente, non vi è sembrato un granché. E io lo capisco.
Il problema con i found footage è il senso di totale immediatezza e identificazione con l’azione mostrata a schermo. Doppiare un film di questo sottogenere equivale automaticamente a mettere uno strato di distacco che rovina completamente l’esperienza, non importa quanto il doppiaggio sia ben realizzato. E non è certo il caso di questo film…

Io ho avuto la fortuna di vederlo, invece, da una VHS in lingua originale importata da Andrea Minini Saldini, che non ringrazierò mai abbastanza per questa cosa, a casa di amici comuni, su una vecchia televisione a tubo catodico. E questa, in realtà, è la dimensione perfetta per esaltare al massimo la natura del film. In fondo, sono proprio cassette quelle che vengono ritrovate nel bosco di Burkittsville, ed è certamente così che gli investigatori fittizi hanno sperimentato la storia.
Perché a parte rari casi (mi viene in mente Cloverfield) il found footage è un genere che, a mio parere, ha la sua dimensione ideale su una TV o sullo schermo di un portatile, magari in una stanza buia e con le cuffie nelle orecchie. Il tentativo dei cineasti che si cimentano in questo tipo di film è quello di farvi immergere in prima persona negli eventi e qualsiasi setting che vi allontani da questo obiettivo va a discapito dell’efficacia stessa del film. Questo tipo di espressione visiva prevede anche un tipo di fruizione, e non tener conto di questo fatto certamente impedisce di godere appieno dell’esperienza.

The Blair Witch Project è il film che ha lanciato a livello internazionale questo modo di fare cinema. Ci sono stati altri tentativi precedenti ma nessuno ha avuto l’impatto mediatico e il successo di questo progetto semi-amatoriale a basso budget del 1999. Ormai tutti i segreti sono stati svelati… Come il fatto che gli attori spesso non sapessero cosa sarebbe loro capitato durante un determinato giorno di riprese, la campagna pubblicitaria presentata come se si trattasse di un fatto realmente accaduto, la furbata di iscriverlo ai festival cinematografici come documentario, il sito web con gli appelli per i tre ragazzi scomparsi… Tutto molto ben fatto e intelligente, ma anche inutile con una storia non all’altezza delle aspettative. Fortunatamente, TBWP non solo è all’altezza, ma la supera ampiamente. I registi e produttori hanno trasformato ogni singolo limite tecnico o di budget in un punto di forza e hanno capito che ciò che non si vede è spesso molto più spaventoso ed efficace di un tizio in un costume di gomma o un po’ di pessima CGI. L’atmosfera è alienante, claustrofobica, tetra… Le riprese fatte con due videocamere diverse mostrano i punti di vista dei personaggi mentre cercano di sfuggire a qualcosa di incomprensibile che non viene mai del tutto spiegato o sottolineato in modo didascalico. E gli ultimi dieci minuti sono un’esperienza unica di puro e incontaminato terrore.

So che il film ha polarizzato pubblico e critica tra chi, come me, l’ha adorato e lo considera un capolavoro nel suo genere e chi, invece, lo detesta e sostiene che sia tutto frutto di un’abile operazione di marketing. A ognuno il suo, naturalmente. Io di horror ne guardo parecchi e adoro il genere found footage e mockumentary ma devo ancora trovare qualcosa che, a tutt’oggi, riesca a scuotermi così profondamente, a spaventarmi in modo così duraturo e sottile, a bloccare il mio cervello in un loop di domande senza risposta, di ansia e paura. Lasciate perdere i sequel: se non l’avete già visto, sparatevelo a casa da soli, una sera, sul monitor del computer. Se l’avete già visto e non vi ha convinto, per i motivi descritti in apertura, dategli una seconda chance in lingua originale. Io ho difficoltà a ricordare un altro lavoro che in così breve tempo sia stato capace di creare un’intera mitologia e un’iconografia così indelebile.
Guardatelo, riguardatelo, fatelo vedere ai vostri amici.
La Strega di Blair merita la vostra attenzione.

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Conclusioni
E così anche questa è fatta. Ora potete farvi un’idea di cosa mi faccia davvero paura e cosa no, per quanto ben presentato e raccontato. Se l’horror è anche il vostro pane quotidiano, ricordatevi che spesso le grandi ondate di innovazione arrivano da luoghi che non consideriamo normalmente: Cina, Hong Kong, Giappone, Francia, Germania, Spagna, Italia, Australia… Ampliate i vostri orizzonti e scoprirete che il genere ha molto di più da offrire al mondo di perenni invasioni zombie, fantasmi prevedibili, serial killer e assassini sovrannaturali che resuscitano in ogni sequel. Nulla di male in tutte queste cose, intendiamoci, ma il mondo è molto più vario e strano di così. Là fuori, da qualche parte, c’è il film perfetto per ognuna delle vostre paure più profonde e inconfessate.
Non vi resta che mettervi alla sua ricerca.
E a me non resta che augurarvi buona caccia.

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Informazioni su Yuri Abietti

Singer, writer, songwriter, blogger and chaos magician
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Una risposta a Quindici film horror che mi hanno fatto paura

  1. Roberto Rossi ha detto:

    Approfittando della recente messa in onda in chiaro di “Babadook”. Ormai King viene, più che usato, abusato come sponsor, tuttavia il film contiene effettivamente alcuni topoi kinghiani: (1) Il più evidente: il bambino usato come catalizzatore di presenze nefaste / soprannaturali (King non ne ha il copyright, ma è / è stato forse lo scrittore più abile nell’uso di questo elemento). Tra l’altro la protagonista è un’ex scrittrice di libri per bambini (anche se l’elemento è accennato) (2) la storia è la stessa di “Shining” (e di altri libri o film), vale a dire il piccolo nucleo familiare in cui il capofamiglia impazzisce e diventa un pericolo per la propria famiglia. (3) il legame fra paure, inconsce o meno, e ossessioni del(la) protagonista e presenza malefica. Per tutto il film – nel quale il mago personaggio tv e il bambino ripetono che “la vita può essere meravigliosa, ma ingannevole” – il Babadook può essere visto anche come la personificazione o materializzazione della protagonista (4) Forse il più nascosto, ma anche il più profondo. Il Babadook dice di sé: “Più neghi la mia esistenza, più divento forte”. Ricorrente in King (ora molto meno) è la situazione per cui chi nega il mostro ne è la prima vittima, mentre chi ha abbastanza apertura mentale da accettarne l’esistenza ha anche la possibilità (non la sicurezza) di trovare la forza di affrontarlo e forse sconfiggerlo. In questo senso, il finale è chiarificatore – che rimanda al punto (3) – ma non ne parlo per evidenti ragioni. Da apprezzare il fatto che (A) non ci siano “Jumpscares” (un po’ ce ne vogliono, ma il troppo stroppia e nelle ultime pellicole ha decisamente stroppiato (B) il film sia basato soprattutto sulla recitazione e non sugli effetti (C) gli stessi effetti siano quasi naif e, anzichè puntare sulla ormai dilagante CGI ci riportino esteticamente indietro agli anni ’30, a Melies o al “Gabinetto del Dottor Caligari”. Citazionismo? Sì, ma con un senso e non fine a se stesso (è solo in questo caso che, secondo me, le citazioni diventano una pecca). Ma soprattutto: è derivativo? Chi se ne frega.

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