Il Mondo

Il Mondo

Il gesso spezzato traccia linee irregolari sull’asfalto rovente di un’estate appena iniziata e già antica, là dove la periferia della tua vita incontra le spaventose baraccopoli dei sensi di colpa, tra campi di sterpaglie coltivati a rimpianti e case diroccate con finestre che ridono. Sei sulla casella con scritto dentro un grande “1” storto, i piedi chiusi dentro le All Star, come fossero un’armatura contro le forze del male, uniti al centro, e tutta la concentrazione sul primo obiettivo, il primo salto, quello più difficile, quello che fa più paura. Le dita della mano sinistra si muovono a formare un segno cabalistico che credi ti assicurerà un sicuro atterraggio e che, invece, è la certezza di una storta stortura, di una sublussazione del tuo karma che viene depositato sul “10” da un portantino accaldato che puzza di sudore, birra rancida, vomito e piscio. Non importa, l’unica cosa che importa è quel “2”, quel salto, quell’impresa che ossessiona ogni fibra del tuo midollo allungato, tutti i Chakra concentrati a ruotare nella stessa direzione e a guidarti verso il burrone con l’entusiasmo di Wile e. Coyote.

E io ti guardo, i denti che stridono, i sogni che si interrompono, i risvegli bruschi su lenzuola solitarie che diventano sindoni.

Salti.
Non sei tanto tu che ti muovi, è più il marciapiede che si allontana e si riavvicina, come se l’universo fosse un filmato in prima persona caricato su Youtube, come se tutta la tua anima fosse ripresa da una GoPro appesa al Terzo Occhio.
E atterri.
Non sei tanto tu che sei crollata su malleoli insicuri e muscoli che hanno imparato lezioni sbagliate, è più il cielo che ti ha rifiutata e buttata giù con un soffio indifferente verso l’oblio, una delle tante zanzare di quest’afa che si affanna alla ricerca di un po’ di sangue da usare per creare nuovi vampiri.
Ma, insomma, dai, è già qualcosa.
Sei sul “2”, in fondo. Un passaggio obbligato, certo, ma pur sempre un passaggio.

E io ti guardo. Il cervello immerso in uno yogurt di disgusto e disappunto, delusione e nausea, lo stomaco che si irrigidisce ogni volta che sorridi e volgi lo sguardo verso di me come a dire “Visto che ce l’ho fatta?”

Ora guardi le caselle davanti a te, come se fossero Sephirot da integrare nella tua architettura animica e non il copione squallido e ripetitivo di una tragicommedia già recitata da tutti gli studenti di teatro del mondo, ognuno di loro convinto di aver apportato qualcosa di nuovo e originale a una sceneggiatura banale e scontata. Alzi lo sguardo ma sai che tanto non puoi evitare l’ordine precostituito dal tuo ventre. Filamenti di energia simili a tentacoli usciti da un racconto di Lovecraft spostano il tuo Punto d’Unione fino a che non vedi altro che distruzione e rovina, peccati ed errori, e ti lasci trasportare là dove ti vogliono i tuoi demoni. Gli pseudopodi iridescenti ti depositano sul “3” lasciandoti l’alibi illusorio di non essere tu a prendere le decisioni che hai tracciato col gesso qualche secolo prima. L’uovo si è rotto come Humpty Dumpty che arriva tardi a pranzo.

E io ti guardo. Chi sono? Semplicemente un giardiniere impegnato a tagliare il prato. Lo si può facilmente capire da come mi muovo.

Così ti volti a cercare con lo sguardo il “4” ma pare che non sia più dove lo hai disegnato. Qualcuno forse lo ha spostato, ti ha ingannato, mentito, tradito, manipolato, illuso e disilluso, usato, plagiato, bandito come uno Spirito dal Triangolo o dal Quadrato, dai metri quadrati dentro cui hai confinato la tua vita, i metri cubi di una cella frigorifera in cui conservi fedelmente e con tanto amore finto tutte le ragioni per cui non sarai mai all’altezza di un amore vero. Ah, no, eccolo là. Il numero sembra il Sigillo di Giove (o di Saturno, al contrario) ma in realtà è solo una virgola senza senso, l’illusione di un disegno intelligente tracciato da un dio psicotico e demente. Ma non l’avevi tracciato tu? Non ricordi, che importanza ha? Non c’è scelta, devi raggiungere quella casella e ti ci trovi sopra come se avessi ricevuto una spinta forte all’inguine, come se fosse la battuta finale di un Limerick che non puoi più evitare di declamare in un Open Mic anche se il locale è vuoto e il barman sta già pulendo per terra con lo straccio. Guardi in basso e vedi il tuo sangue sacro scorrere in rivoli e torrenti, fiumi e cascate e raccogliersi in pozze e laghi neri e scuri dove la Lamia ti attende ghignando.

E io ti guardo. E penso che là c’è un po’ anche del mio sangue, come se avessi strizzato il mio corpo nel vano tentativo di asciugarmi lacrime d’acciaio.

E ora ti guardi attorno e vedi quel “5” lì davanti che, per qualche strana ragione, sembra tanto l’Uno da cui sei partita. Anzi, voltandoti vedi che le due caselle sembrano essersi scambiate di posto. Che razza di gioco è quello in cui ogni dieci secondi divinità dedite all’uso di sostanze psicotrope e all’abuso di alcol cambiano le regole tirando dadi a facce dispari su tavoli da gioco Ikea sui quali galassie si eclissano e buchi neri mangiano l’impiallacciato? Di fronte a te, laggiù, lontano, oltre nebbie impenetrabili, rischi indicibili e traversie innumerevoli, vedi che esseri dalla testa di cane ed elefante depositano altre casse di Karma e si divertono a disporle in modo da formare un fortino. Bambini ci giocano dentro, si tirano frecce con la punta a ventosa e ridono tra prati fioriti disegnati a pennarello dove sfarfallano riflessi di pezzi di specchi che ti fanno la gibigianna. Cosa c’è là che ti sfugge? È come se un ricordo, forse il più semplice mai esistito nella storia dei ricordi, fosse appena oltre la portata dei tuoi occhi, saldamente aperti e asciutti, roventi come l’asfalto sotto le suole delle scarpe. Torni sull’Uno. Così, almeno, ti pare di aver fatto. È la prima vera decisione conscia che compi da quando hai intrapreso questo gioco. Così almeno, ti sembra che sia.
Naturalmente, è un’illusione. È il tentativo di bagnarti per due volte nello stesso fiume, di respirare due volte la stessa aria, di giocare due volte la stessa partita. Sei disposta a barare per questo, vero? Ma non si può barare con il Tempo, perché il Tempo è galantuomo.
Lui non ti inganna ma non lo si può ingannare.
Lui va piano, ma non lo si può fermare.

Tarocchi

Non ti resta che dare tempo al tempo e ballare (saltare) a ritmo, come fanno tutti. Come facciamo tutti. Come la xilografia di una Totentanz (Sono io la Morte e porto Corona). Prendiamoci per mano e facciamo una Catena con cui legarci al Diavolo e firmiamo il patto per non sentire mai ciò che arriva nella Mano Sinistra.

E io ti guardo, persa nella Casa degli Specchi di un Luna Park degno di Stephen King. Ti guardo e chiudo gli occhi per poter continuare a vederti, come l’aedo che si accecò per rimaner nel sogno, tra un occhio azzurro che capisce la lezione e un occhio blu che maledice gli Dei.

E le altre caselle attendono, inesorabili, prive di compassione, pietà o amore. Prive di qualsiasi emozione, come uno Xenomorfo dietro l’angolo, la cui purezza va ammirata a distanza. E ti sussurrano “Io sono ineluttabile”. Ti sembra di sentire uno schiocco di dita lontano e metà della tua vita si trasforma in polvere, e non ci sono super-eroi chiusi in armature rosse e dorate a salvarti. L’unica ancora chiusa nell’armatura sei tu. Ed è un’armatura fatta di linee di gesso storte tracciate con mano insicura su un asfalto rovente di un’estate appena iniziata e già antica.

E io ti guardo, fermo sul “10”.

Informazioni su Yuri Abietti

Singer, writer, songwriter, blogger and chaos magician
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