Tributo

Da uno status sul mio profilo di Facebook, 14 aprile 2019.
Tributo a uno Spirito.

La Tenda nel Deserto

Sono nel deserto ed è sera. Non fa freddo, ma c’è un po’ di vento che porta profumi di spezie e qualche brivido frizzante sulla pelle. Cammino sulle dune, affondando i piedi nudi. È una sensazione molto bella, come una spiaggia fresca prima dell’alba.

L’atmosfera è blu elettrico, le stelle sono fari accesi e trapuntano il cielo da orizzonte a orizzonte. Sembra un film, quelli in cui mettono un filtro per simulare un’atmosfera notturna. O forse no. Sembra più un dipinto impressionista, una visione che amplifica i sensi.
Supero un Wadi dove scorre un rigagnolo d’acqua. Attorno sono subito sbocciati fiori profumati. In lontananza sento un canto che assomiglia alla preghiera di un Muezzin, ma la lingua non sembra arabo.

C’è una luce, là dove le dune si incontrano a formare un profilo sinuoso e femminile che si staglia contro la luminosità bluastra del cielo. Mi avvicino. Mi sento calmo, centrato, tranquillo. Il rumore del piccolo torrente mi rimane nelle orecchie anche dopo che me ne sono allontanato e si mischia con il canto. L’acqua corrente sul letto sabbioso del Wadi sembra pronunciare le stesse parole del misterioso cantore.

La luce si fa più vicina e intensa. È una tenda, ampia e colorata di blu, azzurro, viola. È riccamente decorata e aperta nella mia direzione. Alcune parti sventolano e appese ovunque ci sono piccole lanterne di legno traforato. Accanto alla tenda, un dromedario sta dormendo placido e alza la testa girandosi a guardarmi con i suoi grandi occhi dolci. Il rumore dei miei passi, il torrente, la voce distante, le pieghe della tenda che sventolano, un tintinnio di campanelle. Profumo di resine che bruciano su bracieri di metallo, spezie esotiche, fiori selvatici.

Vado ad accarezzare il dromedario. Anche nelle visioni non riesco a resistere: devo andare a molestare con le mie coccole ogni animale che vedo. Lui sembra gradire e sporge il collo, chiudendo gli occhi. Dentro la tenda sento un altro tintinnio, come di posate o bicchieri. Mi alzo ed entro nel piccolo padiglione colorato.

L’interno è quasi interamente coperto di cuscini morbidi di fattura mediorientale. Alcuni squadrati, altri di forma cilindrica, altri ancora tondi e alti. Al lato opposto della tenda rispetto all’entrata c’è un uomo, seduto a gambe incrociate. Tra me e lui un vassoio di metallo con una teiera e due tazze di vetro.
L’uomo è alto e ha un aspetto nobile e fiero. È chiaramente un maschio, ma ha dei tratti quasi femminei. La carnagione è olivastra, gli occhi chiari sottolineati da una linea di matita nera, le labbra carnose, le dita lunghe. È vestito con pantaloni morbidi e una camicia aperta sul petto, entrambi scuri. Sopra porta una specie di casacca blu intenso. Ha in testa una Kefiah assicurata da una coroncina d’argento. L’uomo prende la teiera e versa il liquido ambrato nelle due tazze. La posa e si porta una tazza alla bocca, sorseggiando un tè che ha diffuso nell’aria della tenda un aroma di agrumi, assenzio e menta.

Paimon

Mi siedo di fronte a lui, senza dire una parola. Prendo l’altra tazza e bevo l’infuso. Ci guardiamo. Il suo sguardo è sereno. Ha una luce di potere negli occhi. Sopra il suo capo c’è un’aura luminosa. Mi sento protetto, accettato. Chiudo gli occhi e gusto il tè in silenzio, nella tenda di questo nobile signore. Quando li riapro, anche gli occhi del mio corpo fisico tornano ad aprirsi. Sono alla mia scrivania, davanti a me il portatile su cui sta girando un video di Youtube con il sigillo di Paimon a pieno schermo e il suo Enn recitato da una voce femminile.

Spengo la candela blu che avevo acceso in offerta. Penso che come primo contatto non è stato niente male.
Niente male davvero.

Informazioni su Yuri Abietti

Singer, writer, songwriter, blogger and chaos magician
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